giovedì 19 marzo 2009

Premessa
I Ministri degli Esteri dell’Unione Europea hanno avviato da tempo un dialogo costante con i Ministri degli Esteri dei 12 paesi mediterranei nell’ambito degli incontri previsti per lo sviluppo degli accordi seguiti alla Dichiarazione di Barcellona e rivolti ad assicurare che il processo di partnership euro-mediterranea si muova decisamente nella direzione dello sviluppo e della protezione dei diritti umani in quella regione,attraverso l’elaborazione di chiari principi nella redazione definitiva della Carta per la Pace e la Stabilità e attraverso un concreto programma di lavoro sui diritti umani in tutta la regione.
Occorre,anzitutto,ricordare brevemente le tappe fondamentali sin qui percorse per il consegui mento di tale fondamentale obiettivo.
1.La Conferenza di Barcellona e la tutela dei diritti dell’uomo
Nel novembre del 1995,con la Conferenza di Barcellona e la successiva Dichiarazione di Barcellona, fu stabilita una Partnership Euromediterranea (PEM) fra i 27 Ministri degli Esteri dei paesi dell’UE, del Nord-Africa e del Medio Oriente.
Oltre ai 15 paesi dell’UE i membri della Partnership sono Algeria, Cipro, Egitto, Israele,Giordania,Libano Malta, Marocco,Autorità palestinese,Siria,Turchia e Tunisia,mentre la Libia si è riservata lo status di osservatore.
La istituita partnership dovrebbe consentire,secondo gli accordi,di giungere alla realizzazione di un’area di libero commercio e scambio per l’anno 2010.
La Dichiarazione di Barcellona e il successivo Programma di lavoro prevedono lo sviluppo della partnership sotto tre aspetti:
a.partnership politica per la sicurezza e la difesa;
b.partnership economica e finanziaria;
c.partnership sociale e culturale per i temi dell’educazione, la cultura, la salute, ecc. e per combattere insieme il terrorismo, il traffico di droga, e la criminalità internazionale.
La Dichiarazione di Barcellona ha,inoltre,sancito la responsabilità collettiva dei Paesi del Mediterraneo al fine di garantire,da parte di tutti i Paesi membri,
"il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali “ e “l’effettivo e legittimo esercizio di tali diritti e libertà, compreso la libertà di espressione, di associazione per scopi pacifici, e la libertà di pensiero, coscienza e religione,sia individualmente sia con altri membri dello stesso gruppo, senza alcuna discriminazione basata sulla razza, la nazionalità, la lingua, la religione o il sesso".
Pertanto, i 27 paesi della PEM,nel riconoscere "il contributo essenziale che la società civile può fornire al processo di sviluppo della Partnership",si sono impegnati a rispettare alcuni principi generali in materia di diritti umani.
Nonostante queste positive intenzioni e le dichiarazioni di principio sottoscritte,i Paesi della PEM devono ancora oggi concordare un concreto programma di lavoro sui diritti umani.
Non esiste,infatti, allo stato alcun meccanismo per monitorare l’osservanza del rispetto di tali diritti o per reagire contro la loro violazione.
Ciò nondimeno,a partire dalla Conferenza di Barcellona,numerose sono state le richieste e le raccomandazioni pervenute da più parti ai governi dell’UE per chiedere che sia stabilita una agenda dei diritti umani all’interno degli accordi di partnership.
In particolare la Conferenza di Barcellona ha stabilito due obiettivi di grande rilevanza:
a.la creazione entro il 2010 di una zona di libero scambio
b.l’instaurazione di un’area di stabilità e di pace nella regione.
Costituiscono premessa della Dichiarazione e condizioni basilari per il raggiungimento degli obiettivi del dialogo intermediterraneo:
a. il rafforzamento della democrazia, rispetto dei diritti umani, sviluppo economico e sociale sostenibile ed equilibrato,
b. la lotta alla povertà,
c.l’ avvicinamento delle culture.
Seguono nell’ordine – come nell’atto finale di Helsinki – i temi della cooperazione politica e della sicurezza, quelli della cooperazione in campo sociale, delle relazioni umane, della diffusione dell’istruzione e della cultura, della promozione di comprensione reciproca tra le differenti culture, ecc.
Accrescere la reciproca conoscenza significa anche gettare le basi per una maggiore fiducia, a sua volta indispensabile per favorire collaborazione ed investimenti.
Gli obiettivi sono comunque comuni e cioè che ciascun Paese deve procedere al proprio interno a riforme strutturali ed adattamenti per potersi incamminare verso un’economia di mercato e quindi ad un’economia aperta.
Tutti devono procedere nella stessa direzione e percorrere lo stesso itinerario,ovviamente,con le dovute differenze a seconda del diverso grado di sviluppo.
Sussiste ancora oggi un problema di fiducia che va costruita attraverso una migliore comprensione che coinvolga l’opinione pubblica e riavvicini le società. Senza più stretti legami all’interno della società mediterranea qualunque azione sia fatta a livello di governi rischia di ottenere effetti parziali o effimeri.
Da ultimo,va ricordata la risoluzione approvata dal Parlamento Europeo alla Conferenza di Valencia del 2002 la quale,al punto 3) “si compiace del rilancio del progetto di Carta di pace e di stabilità che era stato abbandonato dopo la Conferenza euromediterranea di Stoccarda, con riserva di una migliore definizione del suo contenuto e si pronuncia contro qualsiasi intervento militare nella regione; al punto 4) “prende atto del testo sulla lotta contro il terrorismo, che si riferisce essenzialmente alle convenzioni e ai testi internazionali; ribadisce che la lotta contro il terrorismo deve essere condotta nel rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali “ ed infine al punto 10) “deplora le gravi violazioni dei diritti dell’uomo in vari paesi partner del processo di Barcellona, in particolare dopo la firma di un accordo d’associazione; chiede l’instaurazione di meccanismi specifici che consentano un’applicazione concreta e più efficace della clausola degli accordi euromediterranei di associazione concernente i diritti dell’uomo”.
2.L’importanza del dialogo con le civiltà del Mediterraneo
La Risoluzione di Valencia rilancia, dunque, il dialogo tra l’Europa ed i Paesi del Mediterraneo e ripropone il problema del rispetto dei diritti umani.
In proposito,ha scritto,di recente,il Prof. Stefano D’Anna,Rettore della European School of Economics ,con un bellissimo pensiero, che “anche le nazioni e le civiltà sognano”(1).
Sostiene il Prof. D’Anna che “al di là dell’incubo delle guerre, della povertà endemica di sterminate regioni del pianeta,a dispetto delle profezie di sventura e dell’indefinita storia di sciagure e crimini che la dissemina, un sogno di prosperità, di libertà, di giustizia, come un esile filo d’oro, ha sempre attraversato tutta la nostra storia, sin da quando fu concepito tremila anni fa, sulle coste dell’Attica.
Nel liquido amniotico di quel sogno noi ancora nuotiamo, feto di quell’età di giganti e modernamente lo abbiamo incarnato nell’aspirazione planetaria alla democrazia liberale, al liberismo economico ed alla affermazione dei fondamentali diritti umani “.
Il “sogno” dell’Europa è prima di ogni altra cosa un sogno di pace, di prosperità, di proficua collaborazione tra i popoli che fino a pochi decenni fa si sono ferocemente combattuti e dove i voti di fraternità, uguaglianza e libertà sono rimasti a lungo e dolorosamente chimerici.
“L’Europa – secondo l’illustre docente - è un modello evolutivo per i popoli mediterranei, un modello verso cui far convergere i propri sforzi ed il corso della loro nuova storia; ad essi, ai loro più alti rappresentanti, agli ambasciatori, ai politici, agli studiosi occorre sottolineare che nessuno può aspettarsi di ricevere in dono democrazia e libertà, né la garanzia del rispetto dei diritti umani fondamentali.
L’uomo deve cancellare la paura delle sue emozioni, il conflitto della sua psicologia, la povertà, la scarsità, il senso della morte, della sua coscienza.
Il futuro della nostra civiltà è puntare tutto sull’educazione, sull’uomo, sull’individuo”.
Millenni di storia impregnano le acque mediterranee percorse da colonizzatori, soldati, mercanti, pellegrini, sapienti, evangelizzatori, esse uniscono e dividono.
Meravigliosi tesori di civiltà le attorniano, ricordi di vicende umane le solcano con scie di gloria, di avventura e di sangue.
Eppure in un Mondo che,come è stato sostenuto da alcuni,conosce oggi “la morte delle distanze”,il Medi terraneo costituisce un minuscolo lago pulsante di vita ma tuttora avaro di vera comunicazione.
Differiscono in esso i sistemi politici, e non solo tra sponda nord e sponda sud, differiscono quelli giuridici, le credenze religiose, i livelli di sviluppo.
Differisce talora la concezione stessa del significato e del destino dell’uomo.
È,quindi,indispensabile conoscersi, dialogare, accettarsi, perché non si ceda alla tentazione della “relativizzazione” di valori che cinquant’anni fa furono proclamati – grande conquista della comunità internazionale – come universali, quelli della uguale ed innata dignità di ogni persona umana, quale che sia la terra in cui è sbocciata alla vita, la fede che professa, il suo sesso ed il colore della sua pelle.
3.Il ruolo dell’Italia per la tutela dei diritti dell’uomo nei Paesi del Mediterraneo
Nel Mediterraneo l’Italia è, per antico destino, il ponte di elezione per questo dialogo.
Essa vuole fare assumere al Mediterraneo, mare di pace, di scambio, di sviluppo, di tolleranza, di democrazia e di tutela dei diritti umani, perché esso torni ad essere, come un tempo, uno dei grandi motori della storia ed epicentri della civiltà (2).
In tale direzione,va ricordato l’importante ruolo svolto dalla Lega Italiana dei diritti dell’umo e della Federazione Internazionale dei Diritti dell’Uomo(3) che è da sempre fortemente impegnata in un continuo monitoraggio della situazione esistente nei diversi paesi del Mediterraneo, assicurato dall’attività svolta dalle organizzazioni locali affiliate.
Le violazioni vengono da essa denunciate alle Nazioni Unite e viene sollecitato un intervento dei Paesi dell’Unione Europea.
Non sempre, naturalmente, questi interventi hanno successo, ma essi consentono,tuttavia,una continua informazione all’opinione pubblica e sovente l’adozione di provvedimenti che penalizzano i governi dei paesi nei quali si verificano le più gravi violazioni.
Per un’esposizione di queste attività è utile elencare alcuni interventi svolti in passato dalla LIDU,a cominciare dai Paesi Arabi.
La prima conferenza internazionale del movimento arabo per i diritti dell’uomo, tenuta a Casablanca dal 23 al 25 Aprile del 1998,ha distinto tre categorie di Paesi.
a.Il primo gruppo comprende l’Arabia Saudita e alcuni paesi del Golfo, prive di strutture giuridiche moderne, di una Costituzione democratica e di un Parlamento regolarmente eletto.
Ancorati alla loro specificità culturale e religiosa, questi governi non lasciano alcuna possibilità di azione ai difensori dei diritti dell’uomo.
b.Il secondo gruppo è composto dai Paesi che hanno aderito ai patti e alle convenzioni per l’attuazione della dichiarazione universale; questo gruppo comprende la Siria, l’Iraq, la Libia ed altri paesi minori, ma essi non rispettano praticamente alcuna norma delle convenzioni internazionali. L’area della libertà è fortemente ridotta e lo stato di violazione dei diritti dell’uomo è di eccezionale gravità.
Le organizzazioni dei diritti dell’uomo sono costrette ad operare in clandestinità o esilio.
c.Il terzo gruppo di Paesi è caratterizzato anche dalla violazione dei diritti, ma in tali paesi – Tunisia, Egitto, territori autonomi palestinesi – si verifica, da qualche tempo, un rispetto, anche se limitato, dei diritti garantiti dalla dichiarazione universale.
Si tratta, tuttavia, di un rispetto sempre limitato, che impone un’assidua sorveglianza, soprattutto per la tutela dei “difensori dei diritti dell’uomo”.
Non va sottaciuto anche l’impegno in favore di una legislazione uniforme europea iper i riconoscimento dell’asilo politico.
Il 9 dicembre 1998 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, come è noto, ha adottato la risoluzione sui “difensori dei diritti dell’Uomo”.In tale circostanza,26 Paesi membri hanno reso pubblica una “ dichiarazione interpretativa” nella quale annunciavano la loro intenzione di adottare il testo approvato dall’Assemblea dell’ONU, con la riserva che le norme fossero conformi alla loro legislazione interna.
Questa dichiarazione,naturalmente, non ha alcun valore giuridico di diritto internazionale,ma denuncia chiaramente l’intenzione di questi Paesi di limitare l’azione dei difensori dei diritti dell’uomo.
Qualche mese dopo, nel marzo del 1999, la convenzione araba contro il terrorismo stabiliva un’intesa per la condanna degli oppositori, accusati di attività terroristica.
Con la copertura della lotta al terrorismo,naturalmente legittima in determinate condizioni, è stato stabilito un nuovo passo nel coordinamento della politica repressiva.
Bisogna tener conto che la definizione di atto terroristico, fissata dalla convenzione,è, in effetti, così ampia che può,al limite,coprire tutte le azioni pacifiche di opposizione e dissidenza dal potere come pericolose per la sicurezza statale.
Infine, poiché l’indipendenza della giustizia resta in questi stati una nozione largamente relativa, in base a questa disposizione “un difensore dei diritti dell’uomo” perseguitato nel proprio Paese, non può trovare rifugio in un altro paese arabo.
Vanno segnalate, infine, le leggi sulla libertà di associazione,violate in quasi tutti i Paesi Arabi, con il chiaro proposito di ostacolare l’azione di tutte le associazioni non governative che si impegnano nella difesa dei diritti dell’uomo.
La persecuzione dei difensori dei diritti dell’uomo in questi paesi è la parte visibile di una politica generale di lotta e di repressione dei diritti fondamentali.
Una politica paradossale, almeno a prima vista, perché se tutti questi Paesi si impegnano per il libera lismo economico, poi, di fatto, rifiutano il liberalismo politico.
Naturalmente l’accento viene sempre posto, con maggiore incisività, sulla specificità culturale e religiosa, per rifiutare l’universalità dei diritti dell’uomo e quindi il legame inscindibile fra i diritti civili e politici e lo sviluppo economico e sociale.
Fra gli episodi che denotano una qualche apertura nella tutela dei difensori dei diritti dell’uomo, va segnalata la liberazione,in Tunisia,di alcuni difensori dei diritti dell’uomo, quasi sempre accusati di diffamazione contro l’ordine pubblico e le autorità e la diffusione di false notizie, volte a turbare lo status quo e ad incitare i cittadini a violare la legge.
Particolare attenzione merita la situazione in Algeria.
Dopo il lungo periodo del terrorismo dei fondamentalisti arabi, il Governo, come è noto, ha adottato un provvedimento di amnistia, che, di fatto, cancella tutti i reati, anche quelli di omicidio e di tortura.
Gli scomparsi sono migliaia, dei quali non si ha alcuna notizia ed il Governo non intende condurre alcuna indagine che potrebbe dimostrare,di fatto, un’intesa fra i terroristi e le forze armate.
Le famiglie degli scomparsi hanno costituito un comitato “S.O.S. Scomparsi” che opera sotto l’egida della Lega Algerina dei diritti umani.
Le famiglie degli scomparsi si riuniscono tutte le settimane ad Algeri davanti alla sede dell’Osservatorio Nazionale dei Diritti dell’Uomo, costituito da diverse O.N.G. e davanti alla sede della Prefettura in città come Orano e Costantina.
La polizia è intervenuta diverse volte per disperdere questi dimostranti, i quali, come ha fatto rilevare in un messaggio al Sindacato algerino degli avvocati, non contestano la legge per la concordia civile, ma chiedono almeno di conoscere la sorte dei loro congiunti scomparsi.
Le autorità algerine hanno proibito nel giugno dello scorso anno lo svolgimento ad Algeri di un incontro africano dei difensori dei diritti dell’uomo, che si doveva tenere parallelamente alla conferenza delle Organizzazioni dell’Unità Africana.
Pur tuttavia,questi rilievi sulla situazione interna di paesi nord-africani relativi al rispetto dei diritti dell’uomo,non incidono sulla linea di politica mediterranea dell’Europa.
Il processo di democratizzazione di questi Paesi è anzi strettamente legato alla piena attuazione delle direttive approvate dalla conferenza di Barcellona, sia per quanto riguarda la cooperazione economica sia per quanto riguarda la sicurezza, che deve coinvolgere i paesi membri in un programma unico.
I problemi derivanti dai rapporti nell’Area del Mediterraneo sono stati discussi in numerosi convegni diretti
a- a dare attuazione alla normativa Euromed ;
b- ai rapporti culturali;
c- alla ricerca di una “lingua mediterranea”, fondamento comune del diritto mediterraneo.
Su questi temi è stata istituita una struttura di parternariato, che comprende anzitutto le Leghe dei Paesi del Mediterraneo e, principalmente, le Leghe di Spagna e Portogallo.
Sono state quindi stipulate intese con varie organizzazioni ed in primo luogo del mondo universitario e l’Istituto Catalano per il Mediterraneo, la più importante organizzazione che si occupa di questi problemi.
E’ stata inoltre tenuta una riunione presso l’Università di Gorizia, consociata nel progetto, insieme ad altre Università dell’Europa Orientale, in particolare Slovenia e Croazia.
Il tema principale dell’incontro è stato quello di ristabilire il principio di comunicazione Mediterraneo - Europa Orientale utilizzando il Corridoio Adriatico con il potenziamento dei porti di smistamento.
Si tratta di un problema di particolare rilievo, perché le tendenze, dopo la crisi del Kosovo, sono quelle di deviare una “via storica” istituendo – e in parte è già stata istituita – una nuova via,il Corridoio 8,che passa per la Grecia e attraversa i paesi del Centro Europea (cd valigia delle indie).
L’incontro di Gorizia,inoltre,è stato di particolare interesse perché ha portato ad un’intesa con il Libano, che era rappresentato dall’Arcivescovo di Baalabek, S.E. L. Hachen, già alla Segreteria di Stato in Vaticano, con il quale sono stati concordati due aspetti del programma:
il primo è la ricerca sulla fonte comune del diritto mediterraneo, al quale partecipano tutte le Università dei paesi mediterranei ed alcune organizzazioni umanitarie. Sono stati programmati anche corsi di formazione per studenti di tutte le Università, accentuando anche il rapporto interculturale tra i vari Paesi rivieraschi.
Il secondo aspetto è quello di definire, nel quadro delle direttive europee, le linee di rapporti economici – comprese le comunicazioni – inquadrati in questo contesto di unità mediterranea.
Su questi problemi occorre,quindi, istituire un Centro Studi che costituisca punto di riferimento di questo processo di ricerca unitaria al quale parteciperebbero gli esponenti di diversi paesi mediterranei, i rappresentanti delle varie Organizzazioni impegnate nella democratizzazione dell’Area e delle Università.
4. Il binomio democrazia e diritti dell’uomo
Per un migliore perseguimento di tale obiettivo,è stato sostenuto che occorrerebbe rilanciare il binomio democrazia-diritti dell’uomo(4).
Infatti,se si raggruppano in un’unica espressione tre termini – democrazia, diritti umani e Mediterraneo – che si pongono, singolarmente considerati,su piani diversi-occorrerebbe operare necessariamente un approfondimento sulle origini di questo collegamento che, specialmente per quanto concerne la democra zia ed i diritti umani, appare ancora legato a filo doppio.
Il binomio democrazia-diritti umani,è il risultato di una lunga e complessa fase di tensioni e di contrasti, non ancora del tutto completamente definiti.
Di qui la necessità di risalire alle origini di questa costruzione .
Tale binomio appare oggi un’espressione universalmente accettata che ha un significato certo, reale, acquisito da sempre mentre non emergono gli aspetti dialettici, talvolta controversi ed i dubbi sulla portata dell’abbinamento.
Siamo persino indotti ad adagiarci sulla tesi che l’accostamento fra la democrazia ed i diritti umani ha una sola chiave di lettura : non è possibile assicurare il pieno rispetto dei diritti umani senza democrazia.
L’assunto democrazia = diritti umani ha un significato preciso se ci si pone nel contesto generale dell’intera comunità internazionale, e, più in particolare, nell’ambito delle attività delle N.U.
Solo in questo contesto esso assume il valore di una linea di azione che si vorrebbe sviluppare in futuro.
Nell’ambito del continente europeo, appare del tutto inutile coltivare l’idea che i diritti umani non possano essere garantiti se non con l’attuazione di un regime democratico,proprio perché la democrazia, come viene intesa nel mondo occidentale, è una realtà ormai pienamente realizzata, in forme, fra l’altro, fra le più avanzate.
Per ripercorrere nel tempo l’evoluzione del rapporto fra democrazia e diritti umani, ed il diverso modo di porsi di un tale collegamento, occorre procedere, attraverso una lunga serie di episodi, una strada che ci porta indietro nel tempo, ma che ci fa comprendere anche quale sia il reale valore del risultato finale.
Le radici politiche, storiche, filosofiche e giuridiche risalgono ad un fatto importante, anzi essenziale per comprendere l’intero sistema dei diritti umani.
La Dichiarazione Universale dei diritti umani, di cui si è celebrato il 60° anniversario in questi giorni, ha rappresentato, in questo lungo arco di tempo,la fonte di ispirazione per una serie quasi infinita di altre dichiarazioni di principi, di convenzioni, di atti internazionali. Tuttavia, il maggior risultato, sul piano pratico, per porre concretamente in atto le norme morali contenute nella Dichiarazione e trasformarle quindi in norme idonee a creare diritti ed obblighi, è stato, come è noto, l’adozione dei due Patti universali, quello sui diritti civili e politici e quello sui diritti economici, sociali e culturali.
Oggi siamo talmente abituati a sentir invocare o comunque menzionare i diritti umani, nel contesto interno, come in quello internazionale, che, nella nostra memoria storica, è persino difficile ricordare che il processo di “ creazione” dei diritti umani è stato lungo, contorto, sofferto,contestato.
L’entusiasmo che accompagnò l’adozione della Dichiarazione Universale non fu, in origine, del tutto genuino.
Gli Stati erano perfettamente consapevoli che quella Dichiarazione aveva solo un valore morale, importante quanto si vuole, ma non tale da incidere seriamente sulla loro libera determinazione circa il trattamento da riservare sia ai propri cittadini, sia agli individui in quanto tali.
Questa distinzione fra sudditi e stranieri aveva, all’epoca, un valore ed una portata del tutto diversa da quelli che oggi sono i principi generali del diritto internazionale in materia.
Quel che occorre rilevare, come premessa all’esposizione di alcune idee sul binomio democrazia -diritti umani, è che furono necessari ben 28 anni, nel sistema della Nazioni Unite, per trasferire dal campo della morale a quello del diritto i principi contenuti nella Dichiarazione, attraverso una fase estenuante e non sempre positiva di lunghi e complessi negoziati.
Non è questa la sede né l’occasione per approfondire i motivi che resero necessario,in modo imperativo, la distinzione di tutti i diritti umani della prima generazione nelle due grandi categorie contemplate dai Patti.
È tuttavia necessario rilevare che la decisione, dettata da una serie di motivi di varia natura, di dividere in due grandi gruppi i diritti umani è all’origine di una serie di sviluppi successivi con ricadute nella seconda e nella terza generazione dei diritti umani, fra le quali il progressivo affermarsi del rapporto fra democrazia e diritti umani.
Indipendentemente dalla natura dei diritti enunciati nell’uno e nell’altro Patto, in un Mondo che era caratterizzato dalla contrapposizione dei due blocchi di Stati, il fatto stesso di aver tenuto distinti in due strumenti internazionali a tendenza universale i diritti civili e politici da quelli economici e sociali è all’origine delle filosofie che per lunghi anni, ed in buona parte ancora oggi, caratterizzano la posizione assunta, a seconda dei casi, dai Paesi occidentali e da quelli orientali, ovvero dai Paesi ad economia avanzata (industrializzati) rispetto a quelli in via di sviluppo.
Nasce così una specie di corsa ad ostacoli, nella quale l’una o l’altra filosofia acquistano posizioni di vantaggio, tentando di prevalere su quella contrapposta.
Dinanzi alle varie sollecitazioni affinché siano universalmente assicurati l’attuazione ed il pieno rispetto dei diritti economici e sociali, vari gruppi di Stati hanno affermato che non tutti i diritti umani fondamentali si collocano sullo stesso piano.
Fra le due categorie di diritti esisterebbe un rapporto gerarchico, nel senso che sarebbero preminenti quei diritti che appartengono alla sfera economica e sociale, rispetto agli altri.
Il lungo braccio di ferro su questa tesi della prevalenza di alcuni diritti sugli altri è stato parzialmente composto quando, nella Conferenza di Vienna, si è finalmente riconosciuto, con l’unanime consenso dei partecipanti, che tutti i diritti umani sono uguali, indivisibili, interdi pendenti.
Nel frattempo andava maturando, sia pur lentamente, con la decisa opposizione – anche se non sempre palese – dei Paesi occidentali, un nuovo diritto umano, inteso a far fronte alle aspirazioni dei Paesi in via di sviluppo: il diritto allo sviluppo.
Nel tempo questo diritto ha acquistato una sua posizione nell’intera comunità internazionale, ed oggi si può dire che, pur con le dovute differenze, è quanto meno riconosciuto da tutti gli Stati, anche se, finora, ha avuto scarsa attuazione sul piano pratico.
Nel contesto dei problemi cui si è fatto cenno, nonché dell’evoluzione nel tempo della stessa coscienza della comunità internazionale nel suo complesso, è iniziato, dapprima timidamente, poi con sempre maggiore intensità, il cammino verso il riconoscimento del valore della democrazia nel quadro dell’insieme dei diritti umani fondamentali universalmente riconosciuti e tutelati dal diritto internazionale.
È bene ricordare, prima di qualsiasi altra considerazione, che il termine “ democrazia” non solo non ha significato univoco, ma si presta a costruzioni interpretative persino contrastanti.
I primi tentativi verso l’ingresso del termine democrazia nel capo dei diritti umani risalgono ai primi, incerti passi che l’Ufficio delle Nazioni Unite muoveva, non più tardi di 10 anni fa, per fornire ad alcuni Stati l’assistenza di volontari nel controllo sullo svolgimento delle operazioni elettorali. Specialmente in occasione della nascita di nuovi Stati, a seguito del frazionamento di precedenti Stati unitari che li inglobavano.
Queste prime operazioni di “supervisione” erano, allora, oggetto di aspre critiche da parte di alcuni gruppi di Stati, in quanto attuate violando la sovranità degli Stati. Rilievo errato, in quanto la supervisione elettorale avveniva, come tuttora avviene, a richiesta e con l’espressa autorizzazione dello Stato in questione.
Il dibattito politico, nelle varie sedi internazionali, si è andato poi evolvendo rapidamente.
Quasi in risposta alle iniziative dei paesi in via di sviluppo, tendenti a sollecitare una più rapida evoluzione ed attuazione di diritti economici, i Paesi occidentali hanno premuto l’acceleratore per vedere affermare il concetto di democrazia come predominante e vorrei dire propedeutico alle varie sfaccettature dei diritti umani.
La necessità di una rapida evoluzione economica e l’affermazione universale del sistema politico su basi democratiche, si sono rincorsi, nel tempo, con argomentazioni di vario genere e con rinnovati tentativi di riuscire ad ottenere il riconoscimento del primato dell’una o dell’altra costruzione.
È appena il caso di ricordare che i due Patti non contengono il benché minimo accenno alla democrazia o, in genere al sistema politico degli Stati, né potrebbe essere altrimenti, in quanto, ancor oggi, prevale il principio della assoluta libertà degli Stati di scegliere un qualsivoglia sistema politico.
I diritti umani, nel loro complesso, hanno subito un’evoluzione sempre più accentuata nel tempo, sia per l’approfondimento della portata dei singoli diritti, sia per una certa tendenza a veder aggiungere sempre nuovi diritti a quelli di più antica origine.
È per questo motivo che oggi si parla di una quarta generazione dei diritti umani.
5..La risoluzione ONU sui diritti dell’uomo
Alla luce delle osservazioni finora svolte, tale principio traspare in tutta la sua attualità .
Nella lunga e non sempre lineare evoluzione della complessa dialettica fra Stati, il concetto di un legame quasi indissolubile fra democrazia e diritti umani, presentato e fatto avanzare nel tempo nelle diverse sedi internazionali, è approdato, per la prima volta, in una risoluzione che è stata adottata dalla Commissione dei diritti umani.
La risoluzione rappresenta un punto di arrivo nell’evoluzione di quel rapporto tra democrazia e diritti umani che, ormai, è entrato nel linguaggio corrente della politica internazionale anche se agli aspetti estetici non sempre corrisponde un contenuto concreto.
Esso è destinato a rappresentare una pietra miliare sulla lunga strada dei diritti umani ed al tempo stesso, rappresenta il punto di partenza per ulteriori sviluppi.
La risoluzione, infatti, si può dividere idealmente in due parti:
in una prima viene riaffermato, per la prima volta, solennemente e formalmente, il collegamento che esiste tra democrazia e diritti umani,
nella seconda viene enunciato, e questa è la novità importante, per la prima volta il diritto alla democrazia, che si affianca agli altri diritti umani di recente creazione.
La risoluzione, dopo aver ricordato il legame indissolubile che esiste fra i diritti umani fondamentali e la democrazia, riconosce che la democrazia, lo sviluppo ed il rispetto per tutti i diritti umani e le libertà fondamentali sono interdipendenti e si affermano e si rinforzano a vicenda.
La risoluzione, per la parte più innovativa, tenta di fornire un quadro descrittivo del concetto di democrazia, anche se non arriva fino al punto di dettarne una definizione.
Fra le tante espressioni che essa contiene, vi si legge “ la democrazia è basata sulla volontà liberamente espressa dei popoli di determinare il loro sistema politico, economico, sociale e culturale e la loro piena partecipazione in tutti gli aspetti della loro vita”.
Ma subito dopo essa si affretta a riconoscere che, nel Mondo, esiste una vasta gamma, di diversa natura, di democrazie.
Nella parte dispositiva viene fornito un elenco di quelli che sarebbero gli aspetti essenziali del diritto alla democrazia, ovvero, come recita in modo più elusivo il testo,il diritto ad un sistema di governo di tipo democratico.
Fra questi aspetti, alcuni sono conferme di diritti umani già pienamente riconosciuti ed affermati. Altri sono, invece,enunciazioni di nuovo tipo, che appaiono per la prima volta in un testo che è destinato ad avere un ampio sviluppo.
Fra questi vanno annoverati :
il diritto al suffragio universale su base di eguaglianza;
i sistemi di votazioni libere, di elezioni periodiche e libere;
il diritto di tutti i cittadini all’elettorato passivo
il diritto dei cittadini di scegliere liberamente attraverso mezzi costituzionali e democratici il loro sistema di governo.
In questa corsa ad ostacoli, su piste parallele, del diritto allo sviluppo, come comunemente inteso, e della democrazia come presupposto per l’attuazione ed il godimento dei diritti umani fondamentali internazionalmente protetti,la risoluzione della Commissione dei diritti umani rappresenta un traguardo più avanzato rispetto alle posizioni precedenti.
È pur sempre vero che il testo della risoluzione richiama e fa proprio, sia pure incidentalmente, il diritto allo sviluppo ma è anche vero che i promotori della risoluzione si sono prefissi lo scopo di creare un nuovo diritto umano: il diritto alla democrazia.
È lecito sollevare più di qualche dubbio che il nuovo diritto riuscirà a consolidarsi in breve tempo e ad acquistare una sua effettiva valenza.Non per altro, sul piano sistematico, esso si colloca accanto agli altri nuovi diritti umani, che rappresentano più che altro legittime aspirazioni di vedere progressivamente migliorate le condizioni di vita dell’intera umanità.
Gli altri diritti sono lo stesso diritto allo sviluppo, ma anche il diritto alla pace ed il diritto all’alimen tazione.
Il fatto stesso che la risoluzione, della quale non si può dubitare del suo valore almeno programmatico, sia stata approvata con solo due astensioni e nessun voto contrario, lascia più di qualche dubbio se essa rappresenti realmente un comune sentire di tutti gli Stati: come già si è accennato in precedenza, “ democrazia” è un termine non univoco, che ha sfaccettature diverse e talvolta contrastanti.
Si dovrà pertanto portare avanti un dialogo costruttivo, nella speranza che esso possa poi sfociare in un risultato comune accettato da tutti.
Il valore attuale della svolta,rappresentata dalla risoluzione 1999/57,è tuttavia di particolare interesse: essa attesta sicuramente un raggiunto equilibrio, rispetto alle posizioni passate, fra democrazia e diritto allo sviluppo, indicando la volontà di superare le divergenze attraverso un bilanciamento fra le opposte aspirazioni e tendenze.
In tale contesto,una particolare attenzione merita un ambiente geografico assai peculiare come quello del Mediterraneo.
Infatti, in nessuna altra zona geografica del Mondo esistono così stretti legami fra Paesi, in un’area geografica limitata, che pure avendo antichi legami ed interessi comuni, rappresentano una gamma este sa di varie concezioni politiche, economiche e sociali.
Quindi il Mediterraneo può essere il terreno ideale per verificare quanto siano validi i nuovi sviluppi, e se davvero, come si spera, sia possibile constatare sul terreno che il collegamento fra democrazia e diritti umani costituisce almeno un minimo comune denominatore condiviso da tutti.
6.La Carta per la Pace e la Stabilità e gli Accordi di Associazione
Uno degli obiettivi principali ed ormai indilazionabili dell’UE è divenuto,dunque,l’adozione di una Carta per la Pace e la Stabilità che,nella"Strategia Comune dell’Unione Europea sul Mediterraneo", viene descritta come "un fattore decisivo nel processo di pace nel Mediterra neo".
E’ stato sostenuto in proposito che gli elementi principali delle linee guida per la Carta mostrano purtroppo una scarsa attenzione ai temi dei diritti umani e una volontà di non rendere le obbligazioni della Carta vincolanti per legge per gli Stati(5).
Al contrario occorre ribadire con la massima decisione ai Paesi dell’UE e ai suoi Partner mediterranei che ogni processo fatto ai fini della pacificazione e della stabilità dell’area medi terranea non può non comprendere l’attenzione ai diritti umani, come fattore fondamentale e decisivo per la pace, la sicurezza e la stabilità.
Come innanzi ricordato,sino ad oggi, i principali strumenti di attuazione della PEM, a livello bilaterale, sono stati gli Accordi di Associazione fra l’UE e i paesi del Mediterraneo.
Seguendo una tendenza generale della politica dell’UE, questi Accordi contengono una clausola sui diritti umani.
In particolare, l’articolo 2,in essi contemplato, afferma in generale che
"le relazioni tra le parti, così come tutti gli sviluppi dell’accordo stesso, devono essere basati sul rispetto dei diritti umani e dei principi democratici che fanno da guida alle politiche internazionali e interne e che costituiscono elemento essenziale dell’Accordo".
Come in ogni trattato internazionale vincolante a livello bilaterale tra l’UE e gli altri Paesi,queste clausole sui diritti umani costituiscono di per sé un argomento internazionalmente valido dal punto di vista legale per le parti contraenti ai fini del rispetto dei diritti umani.
In definitiva,è convinzione comune che la protezione concreta dei diritti umani è un fattore indispensabile per il sostenimento della pace e della stabilità nella regione euro-mediterranea.
L’obiettivo della effettiva protezione dei diritti umani nella Dichiarazione di Barcellona e nelle conclusioni degli incontri ministeriali a Malta, Palermo,Stoccarda e Valencia deve quindi divenire un concreto programma di lavoro per un’agenda dei diritti umani da discutere e verificare nei successivi summit.
Le raccomandazioni per i Governi impegnati nel raggiungimento di tale obiettivo riguardano i seguenti punti:
a.prevedere un meccanismo per valutare regolarmente il lavoro di tutti gli aderenti all’Accordo di Associazione Euro - mediterranea, relativamente ai vincoli previsti dall’Articolo 2;
b.assicurare il pieno rispetto della Dichiarazione delle Nazioni Unite sulla difesa dei diritti umani;
c.assicurare che tutti gli atti di tortura siano considerati reati penali in ogni circostanza, anche durante lo stato di guerra o pubblica emergenza;
d.unirsi per combattere l’impunità come passo fondamentale per prevenire violazioni dei diritti umani e assicurare il rispetto dei diritti nella regione;
e.ratificare lo Statuto di Roma sul Tribunale penale internazionale e aggiornare la legislazione nazionale per implementarlo effettivamente;
f.ratificare senza riserve i trattati internazionali e regionali che cercano di eliminare il razzismo e le discriminazioni nei confronti delle minoranze;
g.ratificare e implementare la Convenzione delle Nazioni Unite sulla eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne e il suo Protocollo opzionale;
h.assicurare l’effettiva protezione dei rifugiati e il fondamentale principio del non - refoulement.
In definitiva l’auspicio è che queste raccomandazioni siano adottate da tutti i Paesi dell’Euro mediterraneo nel contesto degli sviluppi degli accordi di Barcellona per dare piena attuazione alla tutela dei diritti dell’uomo in tali Paesi ed aprire una nuova fase di dialogo tra i popoli e le civiltà rivierasche.
Trani, Marzo 2009
**Presidente
Animi

NOTE
(1)Stefano D’Anna, Relazione al Convegno DEMOCRAZIA E DIRITTI UMANI NELL’AREA DEL
MEDITERRANEO dell’ESE- Catania 30 ottobre 1999-
(2) Amb. Mario Alessi Già Presidente del Comitato Nazionale per le Celebrazioni del 50°
Anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani
(3) Pasquale Bandiera Presidente della Lega Italiana della Fedération Internationale des Droits
de l’Homme
(4) Luigi Citarella Segretario Generale del Comitato Nazionale dei Diritti Umani
(5) Mario Alessi Segretario Generale della Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale

mercoledì 11 febbraio 2009

FederImmigra

E’ la rete degli Sportelli non profit per l’assistenza sanitaria e legale,la erogazione dei servizi e più in generale,per la difesa degli interessi degli stranieri in Italia .
Il programma di FederImmigra consiste nel fornire una valida assistenza all’immigra to nella difesa dei propri diritti ed alcuni servizi di utilità generale per favorire l’inserimento all’interno della società dei lavoratori immigrati e delle loro famiglie.
In particolare FederImmigra fornirà ai propri iscritti i seguenti servizi
1.Avviamento al lavoro dei lavoratori immigrati attraverso primaria Agenzia di lavoro interinale
2.Assistenza e consulenza nell’applicazione dei Contratti di lavoro vigenti nel nostro Paese
3.Assistenza e consulenza per la costituzione delle Imprese degli immigrati in Italia
4.Corsi di formazione professionale, di specializzazione e di lingua italiana in collaborazione con associazioni di Volontariato,Istituzioni nazionali e locali ed i Consolati dei vari Paesi
5.Consulenza ed assistenza fiscale e previdenziale
6.Reperimento di alloggi e soluzioni abitative in collaborazione con Enti pubblici,privati, Consorzi e Cooperative di abitazione.
7.Assistenza legale per tutte le controversie legali con Enti pubblici,Aziende e privati
8.Sportello bancario Online
9.Sportello assicurativo Online
10.Assistenza sanitaria polispecialistica con ambulatori medici e centri clinici convenzionati
11.Costituzione di associazioni di stranieri in Italia

Possono iscriversi alla FederImmigra tutti gli stranieri,in regola con il permesso di soggiorno che non hanno precedenti penali e che scelgono l’integrazione nel nostro paese.





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ANIMI Onlus Storia dell’Associazione

Albanesi: la vera emergenza comincia
È sorto in Ostuni un centro di assistenza giuridica e ne abbia mo incontrato i responsabili.
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Dopo l’arrivo in massa di oltre ventimila profughi albanesi agli inizi di marzo al porto di Brindisi, passata l’eccezionale emergenza di allora, anche TV e quotidiani, eccezion fatta per stampa e TV locali, hanno accantonato il problema, come se tutti i drammatici dubbi ed incertezze si fossero risolti ed i profughi fossero tutti integrati nella realtà produttiva del Paese.

La vera emergenza, invece, comincia ora, con lo sgomento e lo smarrimento di chi opera
nelle varie località ospitanti per soccorrere le esigenze primarie dei profughi senza più gli slanci esterni e l’attenzione nazionale dei primi giorni.

Sono infatti più di millesettecento i profughi rimasti ad Ostuni (quasi tutti a Cala dei Ginepri) e per loro è sorto un Centro di Assistenza Giuridica, sito in Corso Mazzini 116, e diretto da Mario Pavone, avvocato. Il Centro si occupa dell’affidamento dei minori abbandonati, di assistenza ai fermati per episodi di microcriminalità, di conseguimento di status, passaporti e assistenza sul lavoro e di La struttura opera in stretto collegamento con l’Unione giuristi cattolici, la Caritas e soprattutto la Croce Rossa, presente con Giovanni Sebastiani, che ne è Tenente Commissario.

“Il passaggio dal soccorso alla cura - ci dice l’architetto Sebastiani – presenta problemi molto gravosi. Questa gente fuggita senza un programma dal proprio Paese rischia di non integrarsi mai nel nostro.
Dimenticati dalle istituzioni ed aiutati dal popolo di Brindisi, ora non chiedono altro di poter lavorare ed incominciare a vivere al di fuori dell’isolamento a cui sono stati costretti per tanti anni.
Molti sembrano uomini prelevati da un lontano passato e portali nella nostra epoca, di cui assimilano a fatica, o non assimilano per nulla, ritmi ed abitudini: ecco perchè non sanno attraversare la strada e stanno male quando masticano i nostri alimenti trattati industrialmente”.
“Queste persone, però, avevano Sebastiani - ed era la televisione.
Ma la vita, anche in Italia, non è uno spot, e gli albanesi lo stanno imparando a loro spese”.

I recenti episodi di microcriminalità in cui sono rimasti coinvolti i profughi ha alimentato pregiudizi e critiche nei confronti di tutti gli albanesi: “E bene che si sappia, invece - dice Pavone - che molti di loro già stanno lavorando con grande capacità di esercitare mestieri da noi scomparsi (scalpellini, falegnami mentre è nostro comune interesse isolare i “furbi”, i “mascalzoni”.

Il Centro ha elaborato anche uno studio statistico su cento soggetti, redatto da Donato Rodio, antropologo, e dalla psicologa Giovanna Farina. In realtà il motivo politico della loro fuga
è secondario: sono scappati alla vaga ricerca di “qualcosa di più” del niente che avevano, convinti dalla pubblicità più che dalla libertà.
Ecco perché poco o nulla si sono interessati del risultato delle elezioni, che ha largamente confermato la leadership comunista.
Sono saltati nel futuro ed ora vivono la fase più delicata dell’emergenza tra l’indifferenza, o addirittura tra l’ostilità di una nazione sognata in TV. mentre le leghe vogliono dividere l’Italia e si attende l’integrazione europea, la nostra provincia, che è in fondo una delle depresse di una regione che ha tutti i problemi del Sud, è stata la prima a confrontarsi con il problema, che rischia di diventare planetario, della fuga dall’Est.

E mentre già 350 mila polacchi premono alla frontiera della Germania. e l’Unione Sovietica e la Jugoslavia rischiano lo smembramento entro pochi anni, occorrerà da parte nostra, ma,sopratututto da parte delle istituzioni nazionali ed internazionali, un supplemento di interesse per l’umanità sfortunata.

Hanno inoltre collaborato con l’attività del Centro il preside Franco Loparco, il Sig. Biagio Falabella, il maresciallo Angelo Clarizia ed i legali Avv.ti Salvatore De Stradis e Claudio Russo, oltre alla signora Anna Tanzarella Pavone ed all’attivo curatore del centro, Avv.Alfredo Cavallo.

Ferdinando Sallustio
Pubblicato su
La Piazza, 1991

martedì 10 febbraio 2009

L'ASSOCIAZIONE..

è composta da 540 Avvocati italiani, presenti in tutte le Province d'Italia riuniti in associazione per l'assistenza giuridica agli Immigrati stranieri, per lo studio dei problemi giuridici e socio economici derivanti dalla integrazione sociale e culturale degli immigrati,per la cooperazione con i loro Paesi d'origine.
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L'associazione:
- persegue esclusivamente finalità di solidarietà sociale;
- svolge soltanto le attività indicate nello Statuto e quelle ad esse direttamente connesse;
- non distribuisce, anche in modo indiretto, utili e avanzi di gestione nonché fondi, riserve o capitale durante la sua esistenza, a meno che la destinazione o la distribuzione non siano imposte per legge o siano effettuate a favore di altre organizzazioni non lucrative di utilità sociale che, per legge, statuto o regolamento, fanno parte della medesima ed unitaria struttura;
- impiega gli utili o gli avanzi di gestione per la realizzazione delle attività istituzionali e di quelle ad esse direttamente connesse;
- in caso di scioglimento per qualunque causa, devolverà il patrimonio dell'organizzazione, sentito l'organismo di controllo, ad altre Onlus o a finì di pubblica utilità, salvo diversa destinazione imposta dalla legge.
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L' A.N.IM.I. -
Associazione Nazionale
per l' Immigrazione
in Italia - ONLUS

è composta da 540 Avvocati italiani, presenti in tutte le Province d'Italia riuniti in associazione per l'assistenza giuridica agli Immigrati stranieri, per lo studio dei problemi giuridici e socio economici derivanti dalla integrazione sociale e culturale degli immigrati,per la cooperazione con i loro Paesi d'origine.

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Progetto FederImmigra

Il Progetto FederImmigra,nell’ambito della offerta dei servizi promossi dalla Associa zione Nazionale per l’Immigrazione in Italia - ANIMI Onlus,consiste essenzialmente nella apertura di un network di (104) Sportelli provinciali collegativia internet con l’Associazione per l’assistenza sanitaria e legale oltre ad essere destinati ad erogare alcuni servizi reali (11) non profit per gli stranieri residenti in Italia .
Il Progetto FederImmigra consiste,essenzialmente,nel fornire agli sranieri una qualificata assistenza nella difesa della salute e dei propri diritti oltre ad alcuni servizi di utilità generale per favorire l’inse rimento all’interno della società dei lavoratori immigrati e delle loro famiglie.
In particolare il Progetto FederImmigra fornirà agli stranieri iscritti alla rete degli sportelli i seguenti servizi.
1.Avviamento al lavoro dei lavoratori immigrati attraverso primaria Agenzia di lavoro interinale.
2.Assistenza e consulenza nell’applicazione dei Contratti di lavoro vigenti nel nostro Paese.
3.Assistenza e consulenza per la costituzione delle Imprese degli immigrati in Italia
4.Corsi di formazione professionale, di specializzazione e di lingua italiana in collaborazione con associazioni di Volontariato,Istituzioni nazionali e locali ed i Consolati dei vari Paesi.
5.Consulenza ed assistenza fiscale e previdenziale
6.Reperimento di alloggi e soluzioni abitative in collaborazione con Enti pubblici,privati, Consorzi e Cooperative di abitazione.
7.Assistenza legale per tutte le controversie legali con Enti pubblici,Aziende e privati.
8.Sportello bancario Online
9.Sportello assicurativo Online
10.Assistenza sanitaria polispecialistica con ambulatori medici e centri clinici convenzionati.
11.Costituzione di associazioni di stranieri in Italia

Condizione necessaria ed essenziale per usufruire dei servizi non profit è quella che possono iscriversi alla rete di Sportelli FederImmigra tutti gli stranieri che siano in regola con il permesso di soggiorno,che non abbiano precedenti penali e che scelgano l’integrazione nel nostro Paese.
Responsabile Nazionale degli Sportelli FederImmigra è il Dr.Paolo Merli di Piacenza, da sempre impegnato nelle attività sociali e del volontariato a sostegno dei soggetti deboli e degli emarginati.
La scelta dei servizi da erogare e la vigilanza sulle attività svolte nei vari campi dai singoli Sportelli FederImmigra è assicurata dal Comitato Nazionale dell’ANIMI Onlus composto da 18 rappresentanti eletti dall’Assemblea degli iscritti all’Associazione su base nazionale ed a norma dello Statuto dell’Associazione che provvede anche alla nomina dei responsabili degli Sportelli su base contrattuale individuale.
La individuazione dei responsabili degli Sportelli FederImmigra avviene attraverso lal selezione ed il reclutamento di qualificati operatori,provenienti dalle più disparate categorie lavorative,e come tali previamente formati per lo svolgimento delle specifiche attività nel cam po dei servizi da erogare,privilegiando nella scelta operatori sociali che operano nel campo delle attività in favore degli immigrati.
Ogni responsabile di Sportello designa i propri diretti collaboratori e ne risponde civilmente e penalmente del non corretto adempimento dei compiti loro assegnati.
E’ previsto un aggiornamento periodico dei responsabili degli Sportelli FederImmigra
allo scopo di formare gli stessi alle nuove normative emanate per i vari servizi erogati dagli Sportelli ed alle istruzioni fornite su base nazionale dalle società datrici dei servizi stessi.
La formazione dei responsabili degli Sportelli è assicurata dall’ANIMI Onlus con il concorso di tenici qualificati designati dalle società collegate.
L’apertura,l’allestimento della rete degli Sportelli, la formazione degli operatori e l’esercizio dell’attività è assicurata contrattualmente dalle società datrici dei servizi atraverso un contributo su base annua nonché attraverso la tessera di iscrizione rilasciata agli iscritti ed una commissione riconosciuta dalle società erogatrici dei servizi ai responsabili degli Sportelli in ragione del valore del servizio erogato allo straniero iscritto.
Ogni altra valutazione in relazione alle modalità di erogazione dei servizi affidati agli Sportelli rientra nelle decisioni del Comitato Nazionale dell’ANIMI Onlus.
Fanno parte della rete degli Sportelli FederImmigra tutti gli Avvocati iscritti all’Asso ciazione,suddivisi per provincia di residenza,che sono chiamati a svolgere il compito primario degli Sportelli che è quello dell’assistenza legale degli stranieri residenti in Italia.
Fanno,inoltre,parte della rete degli Sportelli i componenti del Comitato Nazionale ed i Presi denti dei vari Dipartimenti che compongono l’Associazione che possono esercitare una atono ma funzione ispettiva e di supervisione delle attività svolte nella rete degli Sportelli nell’ambito della più generale funzione consultiva svolta in qualità di componenti del Comitato Tecnico Nazionale dell’Animi Onlus.
Tale funzione prevede unicamente il rimborso delle spese borsuali sostenute a rendicontazione e costituisce una voce specifica del bilancio annuale di FederImmigra afferente la complessiva attività degli Sportelli, gli utili e le perdite registrati.

A.IL PROGETTO ANIMI

L’Associazione A.N.IM.I Associazione Nazionale per l’immigrazione in Italia-Onlus è stata costi tuita alla fine del 2004 per la difesa dei diritti fondamentali degli stranieri in Italia ed allo scopo di assicurare l’assistenza giuridica agli stessi sull’intero territorio nazionale oltre ad avviare iniziative di studio e di ricerca per i vari problemi che pone l’applicazione della normativa vigente.

L’ANIMI Onlus costituisce,quindi,un osservatorio giuridico dell’immigrazione in Italia ed è desti nato a formulare proposte legislative che possano contribuire a risolvere le difficoltà di integra zione sociale dei cittadini stranieri(e non solo extracomunitari)presenti in Italia e che hanno raggiunto il ragguardevole numero di 4,2/ Mil censiti ufficialmente dal Ministero dell’Interno oltre ad avviare una serie di servizi di pubblica utilità che colmino il divario esistente tra Pubblica Amministrazione ed immigrati.
A tal fine,oltre a raccogliere l’adesione di valenti giuristi presenti in tutte le Regioni,in seno all’Associazione sono sorti alcuni Dipartimenti quali

-AGEING IMMIGRA

che si occupa del problema della assistenza sanitaria e previdenziale per gli anziani immigrati.

-ALI PER LA LIBERTA’

che si occupa del problema dei richiedenti asilo,rifugiati e detenuti stranieri

-ANIMI FORMAZIONE

Di recente è stata avviata la costituzione di un apposito Dipartimento ANIMI Formazione, in linea con le direttive emanate dalla U.E., per la realizzazione di alcuni Corsi specifici e che ha lo scopo primario di provvedere alla formazione e costituzione di un Albo Nazionale per inter preti e traduttori forensi e per il SSN nonchè per la PA,le Forze dell’Ordine ed il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria.

-BAMBINI INDIFESI

che si occupa dei minori stranieri con particolare riferimento allo sfruttamento degli stessi da parte della criminalità comune ed associata

-CESMED

che ha lo scopo di avviare studi e ricerche nell’ambito dell’Euromediterraneo, da cui proven gono i maggiori flussi migratori, oltre ad attività formative nei Paesi d’origine

-CONCLUBS IMMIGRA

che si occupa della organizzazione di eventi multiculturali per favorire l’integrazione sociale

-DONNE MIGRANTI

che si occupa delle donne migranti con particolare riferimento allo sfruttamento delle stesse e dei problemi di integrazione socio-culturale

-FEDERIMMIGRA

che si occupa della erogazione di servizi non profit per gli immigrati e per facilitare l’inserimento lavorativo previa formazione professionale attraverso una rete di sportelli dedicati sul territorio

-FORUM DELLE NAZIONALITA’

che,con il contributo di giuristi ed esperti delle varie comunità straniere,si occupa della formulazione di proposte normative ed iniziative per la integrazione sociale dei migranti da sottoporre ad Enti ed Istituzioni

- GIUSTIZIA

Che ha il compito di contribuire al dibattito scientifico relativo alla amministrazione della giustizia in favore o in danno degli stranieri

-HANDY IMMIGRA

che si occupa del rilevante problema dell’assistenza sanitaria e previdenziale per i disabili stranieri

-IMMIGRAZIONE & CRIMINALITA’

Che si occupa di monitorare il fenomeno della criminalità degli immigrati e contribuire al dibattito scientifico per eliminare o ridurre il fenomeno

-IMPRESA & LAVORO

Che si occupa delle problematiche connesse alle attività di lavoro dipendente o autonomo dei lavoratori stranieri e delle Imprese stranierein Italia

-MIGRASTAT

Che si occupa del monitoraggio dei dati statistici relativi alla presenza degli stranieri in Italia e delle loro famiglie

- UNIONE EUROPEA & ORGANISMI INT.LI

che si occupa dei rapporti con l’Unione Europea ed i vari Organismi Internazionali e della collaborazione con i vari progetti lanciati su scala europea ed internazionale

-CENTRO STUDI DELLE MIGRAZIONI

che è composto da valenti docenti universitari ed esperti di diritto dell’immigrazione e che si occupa della elaborazione di ricerche nel settore dell’immigrazione e della formazione e della elaborazione del RAPPORTO ANNUALE dell’Associazione.


Secondo quanto previsto dallo Statuto dell’associazione,gli avvocati,nominati responsabili regionali delle 21 Regioni italiane,compongono il COMITATO NAZIONALE chiamato a delibe rare sulle iniziative relative all’attività nazionale dell’ANIMI.
I Presidenti dei vari Dipartimenti e delle Associazioni partners del Progetto ANIMI, compongono l’attuale COMITATO TECNICO NAZIONALE ,organo consultivo a cui sono demandate le decisioni relative all’attività dell’Associazione in generale.
Tutta l’attività di ANIMI Onlus è svolta con il controllo del COLLEGIO DEI REVISORI composto da tre componenti scelti tra esperti nazionali del settore delle associazioni onlus.

Maggiori dettagli delle attività sin qui svolte e degli studi avviati sono rinvenibili sul sito della Associazione
www.animi.org.




Alen Custovic ha scritto:

Gentile Avv. Mario Pavone
sono Alen Custovic,giornalista del Metropoli la Repubblica,settimanale domenicale della Repubblica.
Per il prossimo numero sto realizzando un articolo sulla giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale del 21 marzo.
In merito mi piacerebbe inserire un suo breve intervento, che prende avvio dalle domande sottostanti alle quali spero avrà la cortesia di rispondermi comunque entro la giornata del prossimo lunedì 16 marzo:

1.Secondo di lei il concetto di “razza” è ancora adatto per denotare una sempre più ampia forma di diversità? Perché?

La Corte di Cassazione ha affermato che si definisce razzismo "ogni complesso di manifestazio ni e atteggiamenti d'intolleranza, originati da profondi e radicati pregiudizi sociali nei confronti di individui o gruppi appartenenti a comunità etniche e culturali diverse, assai spesso ritenute inferiori".
La Suprema Corte ha anche dichiarato che i responsabili di azioni razziste, sono "forieri di uno sperimentato allarme sociale, con serio pericolo per l'ordine pubblico quando, in tempi utili, non si apprestino le necessarie cautele".
In particolare,"chi canzona nel contesto di una manifestazione sportiva un giocatore di colore, eccitando il disprezzo e lo scherno nei suoi confronti con grida d'intolleranza, infrange le norme contro la violenza negli stadi".
Con la sentenza 9381,la Corte ha affermato che ''il riferimento, gratuito con l’affermazione sporco negro” al pigmento dell'offeso, assume significato intrinsecamente discriminatorio, solo che si rilevi che quasi ogni domenica negli stadi di questo Paese talune tifoserie apostrofano con la parola 'negro' alcun giocatore avversario''.
Inoltre, rileva ancora la Corte, a riprova della connotazione discriminatoria del termine ''non risulta adottata in occidente alternativamente l'espressione 'sporco giallo', né in Africa o in Cina 'sporco bianco'''.
Di qui ''lo spregio non occasionale dell'attributo che si rapporta - scrive il relatore Mario Rotella - nell'accezione corrente ad un pregiudizio manifesto di inferiorità di una sola 'razza', che inquina il costume fino al punto da radicare manifestazioni di gruppo ''.
Alla luce di tutte queste considerazioni,l'espressione deve essere dunque inquadrata ''nella finalità 'discriminazione' piuttosto che in quella di 'odio''', anche se i supremi giudici ammettono che ''il confine tra i due concetti è spesso non identificabile''
La battaglia messa in atto in alcune città d’Italia – per sanzionare l'elemosina, l'accattonaggio, il lavaggio dei vetri – è stata accolta da una sorta di consenso silenzioso, come se fosse diventato all'improvviso normale interdire ai poveri città che passano per essere un patrimonio dell'umanità, mentre lo sono solo di quella parte che se lo può permettere.
Tutto ciò, nella piena soddisfazione di amministratori, turisti, albergatori, commercianti, cittadini benpensanti.
Non stupisce che si tenti di nascondere agli occhi del paese realtà e vicende di vita che non piacciono, ma che continuano a esistere.
Ma a colpire di più è stato il carosello di cittadini interpellati dalle tv, che senza imbarazzo parevano unanimi nel bollare i mendicanti come un "fastidio", quasi fosse un termine neutrale o del galateo, e non contenesse invece una sottile, perversa e inconfessabile carica di violenza. Non foss'altro perché sotto quegli stracci di vestiti ci sono persone che valgono più dei marciapiedi o del giusto decoro di una città e molto spesso sono professionisti costretti a essere sottoccupati e persino a mendicare non potendo validare il loro titolo in Italia.
2.I casi di xenofobia (verso immigrati, omosessuali, ecc.) si ripetono quotidianamen te.
A suo avviso si tratta solo di un’esasperazione mediatica oppure siamo in presenza di un’ondata strisciante di razzismo e perché?
La violenza razzista non nasce oggi in Italia. Come nel resto dell’Europa, essa è stata, tra l’Otto cento ed il Novecento, un corollario della modernizzazione del Paese.
Negli ultimi decenni è stata alimentata dagli effetti sociali della globalizzazione, a cominciare
dall’incremento dei flussi migratori e dalle conseguenze degli enormi differenziali salariali.
Con ogni probabilità, nel corso di questi ultimi venti anni è stata sottovalutata la gravità di taluni fenomeni.
Nonostante ripetuti allarmi, è stato banalizzato il diffondersi di mitologie neo-etniche e si è voluto ignorare il ritorno di ideologie razziste di chiara matrice nazifascista.
Ma oggi si rischia un salto di qualità nella misura in cui tendono a saltare i dispositivi di inter dizione che hanno sin qui impedito il riaffermarsi di un senso comune razzista e di pratiche razziste di massa.
Gli avvenimenti di questi giorni, spesso amplificati e distorti dalla stampa, rischiano di riabili tare il razzismo come reazione legittima a comportamenti devianti e a minacce reali o presun te.
Ma qualora nell’immaginario collettivo il razzismo cessasse di apparire una pratica censurabile per assumere i connotati di un «nuovo diritto»,allora davvero varcheremmo una soglia cruciale, al di là della quale potrebbero innescarsi processi non più governabili.
Il fatto è che nel paese dell'economia sommersa il sopruso e l'ingiustizia convengono a molti.
È un paese, il nostro, che ha proceduto per lunghi mesi (prima, durante e dopo le elezioni, con voce quasi corale), a imporre la percezione di una società preda della criminalità straniera, alimentando la leggenda degli immigrati furbi, titolari di privilegi a scapito della popolazione locale, e coltivando il comune senso reazionario con uno scopo preciso: programmare una guerra tra poveri, qualora il calo dei redditi avesse gravemente acuito il disagio sociale.
Seminare oggi il falso allarme per il "persistente ed eccezionale afflusso di extracomunitari" ed annunciare il potenziamento delle "attività di contrasto" sa di subdolo e di insidioso: è la codificazione della disuguaglianza anche in materia di diritti fondamentali dell'uomo, fra cittadini e non cittadini, fra appartenenti al popolo ed estranei necessari al popolo, purché rassegnati alla condizione di paria.
Ma l'intimidazione degli stranieri irregolari già ne condiziona la vita, all'insegna della paura: varie associazioni di medici, per esempio, hanno denunciato un calo drastico, nelle strutture sanitarie, dell'utenza di immigrati bisognosi di cura.
Il nostro vissuto,i nostri studi e la nostra esperienza professionale ci hanno condotto ad analizzare i processi di diffusione del pregiudizio razzista e i meccanismi di attivazione del razzismo di massa.
Per questo destano in noi vive preoccupazioni gli avvenimenti di questi giorni – le aggressioni agli insediamenti rom, le deportazioni,i roghi degenerati in veri e propri 'pogrom' – e le gravi misure preannunciate dal governo col pretesto di rispondere alla domanda di sicurezza posta da una parte della cittadinanza.
Vorremmo che questo allarme venisse raccolto da tutti, a cominciare dalle più alte cariche dello Stato, dagli amministratori locali, dagli insegnanti e dagli operatori dell’informazione.
Non ci interessa in questa sede la polemica politica che non ci appartiene come Associazione.
Il pericolo ci appare troppo grave,tale da porre a repentaglio le fondamenta stesse della convi venza civile, come già accadde nel secolo scorso – e anche allora i rom furono tra le vittime designate della violenza razzista.
Mai come in questi giorni ci è apparso chiaro come avesse ragione Primo Levi nel paventare la possibilità che “ quell’atroce passato tornasse".
Vale anche la pena di ricordare Brecht
"Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento perché rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perché mi stavano  antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente perché non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me e non c’era rimasto nessuno a protestare."

3.Cosa si potrebbe fare per diminuire la discriminazione?
Una politica intelligente, a vantaggio della sicurezza dei singoli e della collettività, sarebbe quella di analizzare le cause che portano ad una maggiore devianza tra queste persone (emarginazione sociale e culturale, assenza di politiche d’integrazione, ecc.) offrendo misure atte a governare davvero l’immigrazione e a coniugare politiche di sicurezza con quelle di accoglienza ed integrazione.
Si preferisce invece battere il tasto sulla paura della gente e sulla necessità di inasprire le leggi e le pene mentre.
Occorre ridurre i casi di espulsione solo per le persone che non hanno titolo o che hanno commesso reati legalmente comprovati; chi ha tale titolo, inoltre, deve essere trattato con rispetto e dignità.
Prevenire le condizioni di emarginazione, miseria e criminalità sarà sempre più razionale e anche più economico che reprimerne gli esiti.
Occorre,inoltre,un’integrazione tra il livello europeo,quello nazionale,quello regionale e comu nale ed una legislazione uniforme sull’immigrazione nella UE.
Come ha, di recente, sostenuto l’ex Ministro Treu,in occasione del Convegno che abbiamo tenuto a Bologna all’Arcoveggio lo scorso 13 dicembre 2008,m occorre pensare ad una offerta di lavoro europea, che consenta la immissione dei lavoratori strainieri in tutt’Europa in base al Turn Over delle varie categorie.
E’ anche strano che il battage pubblicitario sulla sicurezza e sulla paura degli italiani, avvenga proprio quando il Ministero di Giustizia dimostra, statistiche alla mano, che i reati in Italia sono diminuiti e che in Europa – il nostro Paese è uno dei più sicuri dal punto di vista dell’ordine pubblico.
In ogni caso, è certo che una politica esclusivamente di pura e semplice repressione dei reati che derivano dal disagio sociale sarà una tela di Penelope, e se non ci si indirizzerà anche verso la rimozione delle cause della condizione dei rom, non servirà a molto: a meno certamente di non innalzare l’escalation fino alla deportazione collettiva, all’arresto indiscriminato, o peggio, cosa fortunatamente proibita dalle normative internazionali.
Non sembri retorica quest’ultima osservazione: rom e i sinti sono state vittime nei lager, e quella tragedia che in lingua zingara è ricordata come Porajmos,ed equivale alla shoah del popolo ebraico, pone un dovere di memoria e una responsabilità di tutti per il presente e il futuro
Il sospetto che esista una precisa regia dietro queste campagne mediatiche è inevitabilmente forte: una regia volta a rendere più accettabili misure di legge intollerabili contro i diritti della persona.
Una regia che sposta l’attenzione degli italiani dal pesante declino economico e sociale in cui stiamo vivendo, verso un nemico ed un obbiettivo esterno: lo zingaro, l’immigrato, il diverso.
Come spesso succede nella storia, anche su questo versante come popolo italiano abbiamo la memoria corta e ci sembra lecito accettare attacchi verbali e misure contro gli zingari che consideriamo intollerabili, quanto quelle rivolte ad altri popoli od etnie.
L’odio religioso verso l’Islam e gli islamici,manifestato in occasione della chiusura della Mos chea di Viale Jenner a Milano, potrebbe rompere quella pace sociale,faticosamente conseguita dall’ex Ministro Pisanu in occasione della costituzione della Consulta per l’Islam in seno al MinInterno e generare,da una parte, ulteriori episodi di intolleranza religiosa e,dall’altro, scate nare un fenomeno da Banlieu parigine oltre che a possibili atti terroristici da parte di chi fo- menta la protesta su scala internazionale.
E’ un atteggiamento pericoloso e, per dirlo con le parole di Goya, “il sonno della ragione ge nera mostri”.
Nel caso dell'immigrazione nessuno nega che siamo di fronte a un fenomeno di portata storica, nel senso che esso ha assunto proporzioni quantitative che incidono qualitativamente sulle società di partenza e di arrivo. Ma ciò avviene ormai da alcuni decenni.
Se la discussione si incentra su un singolo provvedimento, si possono enunciare verità parziali, in un senso o nell'altro.
È vero, ad esempio, che l'esigenza di sicurezza è reale ed è avvertita dalla popolazione, ma è anche vero che non si può commisurare tutto all'istanza securitaria. Indubbiamente alcune comunità di immigrati presentano specifici problemi, quanto ad integrazione e rispetto della legalità.
Ma non si possono ignorare problemi altrettanto seri, come la tutela dei diritti degli immigrati.
Intristisce, poi, che il mondo politico, per mitigare le frustrazioni di un popolo che vede riflesse nei poveri le proprie paure, predichi il federalismo e pratichi un'autosufficienza che, combinandosi alla crisi economica, ci rende tutti più sbrigativi, superficiali e spietati. Stupisce anche l'enfasi con cui tali decisioni sono cucinate e servite agli italiani dai telegiornali. Senza esitazioni, senza incertezze, senza posare lo sguardo sulla sofferenza di chi tende la mano ma evita gli sguardi dei passanti.
Forse è tempo di ricordare, che rovistare in un cassonetto o nell'immondizia non è un divertimento per nessuno.Tantomeno per un povero
Oggi sono proprio gli orientamenti generali a correre il rischio di essere oscurati dalla logica emergenziale, mentre alcune questioni di fondo attendono di essere definite in un quadro limpido di solidarietà e legalità.
In primo luogo, il modello di integrazione che si vuole realizzare ha bisogno di parole chiare, di programmi espliciti, nei quali devono trovare un posto centrale i diritti degli immigrati, a cominciare da quelli fondamentali al lavoro, alla scuola, all'uguaglianza tra uomo e donna.
Da questo punto di vista è preoccupante il fatto che le comunità interessate, e le organizzazioni impegnate sul fronte dell'immigrazione, non vengano coinvolte nell'elaborazione delle linee di intervento del governo.
La definizione di linee di indirizzo, concordate con le rappresentanze sociali, è base essenziale di una politica che intenda perseguire la sicurezza attraverso l'integrazione, non l'integrazione attraverso la sicurezza.
Vi sono ragioni che legittimano qualche disorientamento, ed è giusto chiedere alla politica l'indicazione di un progetto fondato sull'equilibrio tra diritti e doveri, tra sicurezza e integrazione, che produca provvedimenti idonei ad affrontare i diversi profili di una questione che chiama in causa valori profondi del nostro modo d'essere e di rapportarci agli altri.
E va pure sottolineato che si va facendo altrettanto preoccupante il silenzio che è sceso in sede ministeriale sulla "Carta dei valori della cittadinanza e dell’integrazione",varata dal Ministro Amato,che era stata costruita insieme agli immigrati suscitando tante speranze e aspettative.


Tutto questa non può che destare viva preoccupazione in chi,come l’ANIMI,favorisce il dialogo senza distinzione di razza,sesso o religione e l’integrazione sociale in Italia anche attraverso la costituzione di un Forum delle Nazionalità,in collaborazione con la Lidu Onlus e le rappre sentanze diplomatiche e consolari in Italia,che potrebbe costituire un vero e proprio par lamentino degli stranieri in Italia destinato a varare un documento da sottoporre al Gover no ed al Parlamento sulle varie tematiche della immigrazione in Italia ed in Europa.


Nel ringraziarla della cortese attenzione e preziosa collaborazione, resto a Sua disposizione e passo a porgerLe
un cordial saluto

Roma , lì 14 Marzo 2009


Avv.Mario Pavone
Presidente
ANIMI Onlus

deportazione a Gorizia..................

Fuoco a Lampedusa

Sono colline
rocciose
curvature del mondo
piccole nude
gradate di verde pastello
aree limite di luoghi d’oppressi

quella palazzina bianca
bassa cinta prigione
luogo detentivo
boccheggia rigonfia di fumo grigio
estremo atto di un fuoco lento
furioso spietato calore

ammassati in cancelli di ferro
lungo spicchi di liberta’ ridotta
a centinaia
gridano piangono
sono uomini
con occhi bocche orecchie cervelli gambe piedi

esseri umani con peso e altezza che varia
voci pensieri musiche scritti
mani
un viaggio a Gorizia improvviso confine
ritrovano dolci colline seguite da flussi di acque feconde
incroci tra mondi d’Oriente e Occidente

un viaggio nei treni
ferrosi vagoni notturni forse d’amianto
vecchie carrozze con cessi ridotti a latrine
penso all’ammasso di corpi
grovigli perplessi intontiti dal sonno
non sogno

pino de stasio
( per i migranti deportati a Gorizia improvvisamente la notte scorsa )


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eppure la notte non riscalda
nemmeno con la stufa
canna cordone ombelicale
stretti tra corpi
nodosi ebani africani
che composti in ordine costretto
si abbracciano come virgole d'amanti
lavoratori della terra o delle costruzioni
o dei metalli
il ferro poi la ghisa
con quelle dita
martello e vanga insieme
mattina su per la brina con passi forti
e l’alito caffe’
li vedo in fila
su panche finte e stelle che all’orizzonte
ardono in brillii di latta opaca
stretta di un bicchiere
ritrovato
ma non di vetro

pino de stasio
( dedicata ai lavoratori migranti che all'alba vanno a lavorare senza diritti)
18 febbraio 2009

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Dal Manifesto del 17-02-09 di Mihai Mircea Butcovan L'OSSERVATORE ROMENO

Ancora una volta gli ultimi stupri di donne hanno riportato in primo piano, paradossalmente, invece del principio dell'inviolabilità del corpo e della mente delle donne, la questione della nazionalità dello stupratore. Di nuovo si pensa che la violenza sulle donne arrivi quasi esclusivamente con lo straniero, specialmente con il romeno, certamente meno «perbene» di quanto non sia lo stupratore italiano.
Ma urge una riflessione più ampia, prima di finire nelle solite semplificazioni che finora non hanno portato altro che dibattiti e provvedimenti emergenziali, raramente soluzioni concrete che possano invertire la tendenza a considerare la donna, quando non oggetto, comunque soggetto di diritti inferiori.
Perché il periodico «allarme stupri» è soltanto una parte di un più esteso «allarme sicurezza» a cui assistiamo da qualche anno nel Belpaese. Un «allarme sicurezza» che poi sembra giustificare spedizioni punitive e giustizia «fai da te» ma anche l'approvazione di misure restrittive della libertà delle persone in nome della libertà delle persone.
Ricevo in questi giorni molti messaggi di preoccupazione da parte di connazionali romeni. Hanno paura di... quelli che hanno paura e che «per paura», incendiano corpi, negozi, sentimenti e tutto quello che abbia a che fare con l'immigrazione. In questi giorni mi giungono anche molti messaggi di solidarietà. Arrivano da parte di alcuni connazionali italiani. Sono preoccupati per il futuro e per il crescendo dell'intensità di un vento razzista. E hanno loro stessi paura di quella gente che, ben ammaestrata da slogan politici e ben intontita dalla televisione, ha nuovamente paura dei romeni, dello straniero, dello sconosciuto. E forse anche del futuro.
L'efferatezza di certi delitti e di certe violenze non si discute. Ma dovremmo indignarci a prescindere dalla nazionalità dell'autore del reato. Anche quando lo stupratore arriva da cosiddette «famiglie perbene» italo-italiane. Anche quando la donna è molestata nelle case, nei luoghi di lavoro, nel linguaggio e nella «concessione di quote rosa». Mi risuonano ancora in mente le parole di una giovane italiana: «preferisco essere violentata da un italiano invece che da un marocchino».
Vedo in questi giorni alcuni cittadini italiani inclini a ronde di sicofanti, pronti a farsi giustizia da soli, propensi ai linciaggi in strada. Forse c'è la percezione di una giustizia che non funziona?
In Italia non e poi così infrequente vedere altri cittadini impedire alla polizia di eseguire il mandato d'arresto nei confronti di mafiosi o criminali. Forse c'è la percezione di una giustizia che non deve funzionare?
Alimentato da molti leader politici si sta elettrizzando il clima nei confronti degli immigrati. E allora si usano, un tanto al chilo, parole come extracomunitari, clandestini, immigrati, stranieri, romeni, rom, per fare paura e per distrarre l'opinione pubblica. Ma un giorno non basteranno più tali parole per giustificare il degrado progressivo di questo paese.
Sono anni che traduciamo la Costituzione italiana nelle lingue degli immigrati. Vogliamo che la imparino prima o meglio dei cittadini con diritto di voto? E congediamo ancora, con diritto di voto, maturandi italiani verso le università senza aver mai parlato loro della «Legge» per eccellenza. Però molti cittadini chiedono al governo leggi per la sicurezza. E sono lì ad applaudire a leggi che, qualcuno li ha convinti, assicureranno loro... sicurezza.
Nel paese c'è un problema sicurezza? Questo è legato in modo indissolubile agli immigrati e ai romeni? Penso che anche Roberto Saviano abbia un «problema sicurezza». C'entrano gli immigrati? C'entrano i romeni? Anche certi giudici, tutori della legalità, che si chiamavano Falcone e Borsellino, avevano un problema sicurezza. Anche i loro agenti di scorta avevano un problema sicurezza. Senza paura sono saltati per aria insieme ai giudici che proteggevano. Non certo dagli immigrati.
Spesso anche i poliziotti o i carabinieri, nell'eseguire arresti o mandati di perquisizione si ritrovano con un problema sicurezza quando gruppi di cittadini vogliono salvare, questa volta dall'arresto, delinquenti recidivi. Hanno più di un problema di sicurezza i lavoratori e le lavoratrici senza tutele che s'infortunano o muoiono sul luogo di lavoro, quel lavoro che fonda la repubblica democratica e che scompare sempre più nelle fauci di una crisi annunciata.
E nel frattempo la paura dilaga. L'allarme produce paura nei cittadini che poi apprezzano nuove misure per la propria sicurezza. Senza rendersi conto che dentro a quelle misure, che sembrano fatte per «arginare l'invasione degli immigrati», si celano restrizioni della loro stessa libertà. Si dovrebbe, certo, ripartire dalla legalità, questo ci ricordavano i giudici di cui sopra, questo suggeriva anche Roberto Saviano. Ma alcuni loro connazionali non l'hanno presa bene.
Sono costretto ancora a ricordare che la responsabilità è individuale prima di essere collettiva, che non si può condannare un intero popolo, non si possono criminalizzare tutte le persone accomunate dal caso di essere nati in un luogo piuttosto che in un altro, in un paese di benessere piuttosto che di disagio profondo.
Eppure si terrorizza un paese intero con l'allarme sicurezza che deriverebbe dalla presenza di stranieri in Italia. Di questo «terrorismo psicologico» e di questo uso della comunicazione pubblica dovremmo avere paura.
Gli immigrati: quando sono vittime si dimentica la loro nazionalità, quando sono carnefici la loro provenienza viene enfatizzata in modo strumentale. Di questo modo di fare informazione dovremmo avere paura. E reagire con la conoscenza reciproca, che richiede sforzo, spazi editoriali, vetrine e finestre aperte sull'altro. A partire dalle finestre aperte sulla nostra storia. Per non essere costretti a subirla nuovamente, nei suoi aspetti più drammatici. E per non farci più la guerra. Di quest'ultima dovremmo invece avere paura.
Ma pure i miei connazionali romeni dovrebbero ricordare i momenti in cui alcuni di loro chiedevano a gran voce ai giornali italiani di specificare che certi cittadini romeni autori di reato erano «rom». Li avevo avvertiti: sarebbero stati poi vittime dello stesso modus operandi suggerito ai mass media italiani. Che cosa sarebbe successo il giorno in cui i delinquenti sarebbero stati «romeni doc»? Non abbiamo dovuto aspettare molto per scoprirlo.
Gli ultimi provvedimenti in chiave sicurezza minacciano, questo sì, i valori fondamentali della Costituzione italiana. Non l'abbiamo ancora applicata per intero. Si muore ancora, con o senza scorta, per difenderne i valori e già vogliamo cambiarla. Di quest'ultima prospettiva dovremmo avere molta paura.